DALL'ICAM ALL'ATER: DAL 1902, OLTRE UN SECOLO DI EDILIZIA POPOLARE PUBBLICA A TRIESTE

 

 

Roma, 27 marzo 1903. Il parlamentare veneziano Luigi Luzzatti, presentando alla Camera dei Deputati italiani la proposta di legge sulle case popolari, dichiarò di essersi ispirato fedelmente allo statuto dell’Istituto Comunale per le Abitazioni Minime di Trieste, città, a quel tempo, principale porto sull’Adriatico dell’Impero austro ungarico.

L’ICAM era stato fondato solo un anno prima, nel 1902, ma le finalità (costruzione di abitazioni sociali), la struttura (Istituto Autonomo) e i caratteri (natura intermedia tra pubblico e privato) ad esso conferiti furono tali da aver attirato l’attenzione del promotore di quella che sarà la prima legge italiana di edilizia popolare (Legge n.254 del 24 marzo 1903).

 

Gruppo edifici di via Flavia, 1912-1914
Gruppo edifici di via Flavia, 1912-1914

Dalle origini al secondo dopoguerra: emergenze abitative e attenzione verso la società

Nella seconda metà del XIX secolo un vero e proprio miracolo economico investe Trieste, città -  a quel tempo-  principale sbocco portuale sull’Adriatico dell’impero austro ungarico.

Il conseguente incremento demografico comporta una serie di problematiche sociali; l’emergenza abitativa si fa pressante.

Nel 1902, mentre a Vienna si sta predisponendo una legge sulle case operaie, il Comune di Trieste affida a un’apposita Commissione l’elaborazione di un piano d’intervento pubblico nel settore edilizio. Da tale studio il 17 luglio 1902 il Consiglio Municipale approva la costituzione di un Istituto comunale per le abitazioni minime (ICAM), la cui attività si estende alla città di Trieste ed al suo territorio.

Fin dalla sua nascita, seppure con ritmi alterni in funzione delle complesse vicende economiche e politiche attraversate da Trieste nel corso del Novecento, l’Icam-Iacp-Ater ha prodotto gran parte degli alloggi cittadini, rivolgendo il suo impegno non solo alla costruzione di abitazioni sane e a buon mercato per i lavoratori, ma anche alla produzione di spazi collettivi e attrezzature che migliorassero le condizioni di vita e rafforzassero le relazioni sociali tra gli abitanti. Un obiettivo, quest’ultimo, che ha portato l’Istituto triestino a mettere a punto nel corso del tempo un insieme articolato e diversificato di procedure e tipologie di intervento con cui cercare di dare concreta risposta all’emergere di un repertorio sempre più ampio di bisogni e domande abitative.                        

 

Tra il 1902 e il 1927, nonostante la stasi forzata del periodo bellico e degli anni immediatamente successivi, l’Icam costruisce ben 2.841 nuove abitazioni.

Nel periodo fra le due guerre, sotto la spinta della ricostruzione e l’accentuarsi del fenomeno dell’urbanesimo, il tessuto architettonico-urbanistico della città subisce importanti trasformazioni con l’avvio di ampi interventi che interessano prevalentemente il centro storico della città.

 

Nel corso degli anni Venti e Trenta, l’attività dell’Istituto (che nel frattempo ha assunto la denominazione di Istituto Fascista Autonomo per le Case Popolari, IFACP) procede a ritmo sostenuto: oltre ad incrementare la produzione di abitazioni da destinarsi ai ceti medio-bassi, (se ne realizzano ben 3.113), si costruisce una grande quantità di strutture di servizio – attrezzature per il tempo libero e per lo sport, quali palestre e colonie.

 

Il secondo conflitto mondiale infligge al patrimonio immobiliare dell’Istituto (nuovamente denominato IACP) pesanti conseguenze.

L’ emergenza abitativa assume toni drammatici quando, nell’immediato Dopoguerra, si profila il problema degli sfollati. Lo IACP risponde con la produzione di un grande numero di alloggi “popolari” e “popolarissimi”  e al 1952 la quota delle abitazioni complessivamente realizzate è alta: 7.467 solo nel Comune di Trieste.

Nello stesso periodo l’attività edilizia dell’Istituto inizia ad estendersi anche ai Comuni del territorio: in particolare a Monfalcone – allora in Provincia di Trieste-, dove al 1952 sono ben 574 gli alloggi realizzati, mentre a Muggia dove se ne contano 116.

 

 

Gli anni ’50 e ’60: la sperimentazione di nuovi modelli abitativi

La domanda di nuovi alloggi, amplificata dal mutamento negli standard abitativi, cresce incessantemente nel corso degli anni Cinquanta e Sessanta.

I nuovi finanziamenti erogati nell’ambito dei programmi nazionali per la ricostruzione – tra tutti, il piano Ina-Casa di cui Trieste è oggetto solo nel secondo settennio 1955-1963, e il programma ministeriale per i quartieri coordinati varato nel 1954 , la loro prosecuzione nel decennio successivo con il programma Gescal, e, dagli anni Settanta, i piani per l’edilizia economica e popolare vedono l’Iacp sempre più attivamente coinvolto nella realizzazione di grandi insediamenti abitativi nelle aree più esterne della città.

Nel quartiere Ina-Casa a Chiadino, tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Settanta, sono realizzati quasi 700 alloggi; nel quartiere coordinato a Borgo San Sergio, negli stessi anni, più di 1800; a Rozzol Melara, nel decennio successivo, sono costruite 650 abitazioni e altre 457 a Valmaura.

 

 

La prima riforma sulla casa (1971)

Nel 1971, il Governo  mette in atto una sostanziale riforma della normativa sulla casa e con la L. 865/71 affida agli Iacp tutti gli interventi di edilizia residenziale pubblica. E’ nel corso degli anni Settanta che l’Iacp di Trieste, accanto all’attività di riqualificazione del patrimonio esistente, promuove un’intensa stagione di sperimentazione di nuovi modelli abitativi: complessi edilizi sorgono in aree di nuova urbanizzazione e in aree occupate da costruzioni altamente degradate. A questa fase appartengono le realizzazioni di grandi complessi integrati di residenza e servizi (Rozzol Melara e Valmaura), esito ancora tangibile di una riflessione sempre più attenta alle esigenze dei propri destinatari.

Centro internazionale di fisica teorica Abdus Salam di Miramare. La Foresteria

Gli anni Ottanta e Novanta: tra risanamento ed edificazione

Radicali cambiamenti investono la politica dell’edilizia abitativa popolare nel corso degli anni Ottanta: dalle nuove costruzioni, il campo di attività si sposta al recupero e alla ristrutturazione e si traduce nella dotazione di servizi al patrimonio esistente e in una più stretta rispondenza tra dimensioni degli alloggi ed esigenze delle diverse categorie di destinatari, con particolare riguardo verso soggetti sociali più deboli, come gli anziani, ai quali è destinata una quota ingente delle abitazioni realizzate dall’Istituto.

Sempre a partire dagli anni Ottanta, in veste di stazione appaltante per conto di differenti enti pubblici, l’Iacp opera nel campo della realizzazione di servizi a scala urbana, in particolare nell’ambito delle attrezzature per la ricerca (si ricordano l’ampliamento del Centro Internazionale di Fisica Teorica di Miramare e della Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati, e la realizzazione di edifici per la nuova area di ricerca nel comprensorio di Padriciano), ma anche in quello della costruzione di attrezzature sociali nelle aree più esterne (come il nuovo mercato di quartiere e il centro sportivo realizzati a ovest del complesso di Rozzol Melara).

Il 1996 è l’anno in cui l’Istituto avvia un vasto programma finanziato con fondi regionali, tendente a risanare in modo completo gli edifici di proprietà Ater più vetusti.

Parallelamente a questa attività si è avviata la progettazione per l’edificazione di ulteriori nuove costruzioni.

Nel 1998 l’adesione, a fianco del Comune e dell’Azienda per i Servizi Sanitari, al programma “Habitat, salute e sviluppo sociale delle comunità locali” rimarca ulteriormente l’impegno dell’Istituto nel campo della riqualificazione dell’ambiente fisico e sociale di sempre più ampie parti della periferia urbana.

 

Dallo IACP all’ATER

Il 16/09/1999 entra in vigore la L.R. 24/99 che sancisce la trasformazione degli II.AA.CC.PP. della Regione Friuli Venezia Giulia in enti pubblici economici denominati Aziende Territoriali per l’Edilizia Residenziale.

La vetustà del patrimonio gestito, l’ eterogeneità degli alloggi, la loro concentrazione nella città di Trieste, l’elevata presenza di anziani e nuclei familiari di piccole dimensioni (persone sole o coppie) tra i richiedenti, la sfavorevole congiuntura economica e  l’incremento dei procedimenti di sfratto sul fronte del mercato immobiliare privato: questi sono fattori che hanno determinato una sempre maggior complessità della situazione abitativa che Ater Trieste si è trovata ad affrontare negli ultimi anni.

Non è tuttavia mai venuto a meno l’impegno sul fronte delle politiche socio abitative: l’Azienda ha risposto con interventi di edificazione, di ristrutturazione degli stabili più vetusti, di adeguamento degli impianti alle normative.

Sempre nell’ottica di un miglioramento della qualità di vita nei complessi edilizi ad elevata densità abitativa, l’Ater ha stabilizzato ed integrato con nuove iniziative il programma “Habitat”, già avviato in via sperimentale negli anni precedenti ed ora esteso a numeroso aree urbane densamente popolate della città (dal 2013 anche nel comune di Muggia).

Con la Legge Regionale 5 dicembre 2013 n. 20 è stato istituito il Sistema Regionale delle Ater di Trieste, Gorizia, Udine, Alto Friuli e Pordenone.

 

 

Dal punto di vista patrimoniale, attualmente l’Ater Trieste gestisce circa 13.000 alloggi.